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Tulku
Il titolo di “Tulku” viene conferito in Tibet a chi è
riconosciuto come un Maestro del passato che ha ripreso di
nuovo nascita in corpo umano per il beneficio degli esseri.
“Tulku” vorrebbe dire “corpo illusorio”, il che definisce
con precisione la visione che il Buddhismo ha della realtà
fenomenica.
Gomo Tulku Sonam Rinchen era il XXII discendente di un
lignaggio di reincarnati del Tibet, di Maestri spirituali
che di generazione in generazione vengono riconosciuti
grazie a segni particolari, auspici, oracoli e disposizioni
lasciate scritte dal precedente Detentore. Ma anche è tipico
dei “Gomo Rimpoche” la capacità di ricordare particolari
della vita precedente e dare disposizioni per le loro
nascite future.
Sonam Rinchen, il Detentore che allora conobbi, era un uomo
molto dolce, gentile, giocoso ma al contempo dotato di uno
sguardo vigile e possente.
Può sembrare strano che io, un monaco zen, abbia da
raccontare cose simili, ma per la verità io non ho potuto
chiudere i miei confini e sono stato portato a una indagine
anche in altre direzioni del Buddismo e del mondo. Solo
apparentemente “altre”, soprattutto tali per chi lo Zen non
l’Ha capito.
Ho dimostrato proprio nei miei scritti - di prossima
pubblicazione - come lo Zen storicamente non sia così
distante da altre pratiche, e di come tutte queste si siano
disseminate nei luoghi e nei tempi a seconda del bisogno
degli uomini. E che in ogni scuola di Buddhismo – e in ogni
religione - ci siano stati coloro che non hanno perso tempo
con distinzioni insostanziali.
Per me il Dharma di Buddha è Volontà, Ispirazione, Apertura
dell’Occhio, Respiro liberato. E la storia evidenzia che
puoi partire da dove preferisci, è uguale.
Ribadisco che, per quanto mi riguarda, noi siamo tutti dei
“Grandi Tulku” cioè emanazioni plenarie dell’Assoluto
Splendore che, io vedo, è la stessa cosa del
Risveglio-Satori, dell’Origine della Coscienza-che-è-ora,
come anche di tutto ciò che i teologi più fantasiosi
inventano.
Certo è che ci converrebbe praticare bene questa certezza, e
senza alcuna presunzione; lui, Gomo Tulku, per certo l’ha
fatto, come vedrai vi si è applicato con diligenza.
Il Tulku si lamentava scherzosamente del fatto che era stato
riconosciuto troppo tardi come l’incarnazione di famosi
Maestri della scuola degli Antichi e della Pratica, e che
perciò era rimasto nella scuola Riformata dove era stato
ordinato come monaco, sebbene la sua indole fosse più quella
dell’asceta eremitico “folle”, poco propenso agli studi
scolastici.
Gli volli chiedere che impressione ebbe quando fu
riconosciuto come l’incarnazione di un Maestro del passato:
“Per quanto mi riguarda è stato come risvegliarsi da un
sogno. La mia vita fino a quell’istante mi sembrava
sospesa”.
Questo mi ha fatto pensare.
Vivere a caso, secondo le abitudini, e poi un giorno
iniziare a diradare la nebbia è sempre come uscire da un
limbo: solo dopo si capisce la ipnosi di cui si era vittime,
e guardandosi attorno si vedono quasi tutti gli uomini, le
donne, gli animali, seguire il loro ruolo ipnotico ed
inevitabile.
Ma poi si scopre l’altro lato della faccenda e cioè che
La consapevolezza non è distante da nessuno e che possiamo
fondare la nostra vita-ascesi sul fatto di essere già Buddha
o, detto in altri termini, la incarnazione in un corpo umano
di tutto questo immenso e vivo universo.
Anche se siamo bassetti, balbuzienti, pelati eccetera.
Questo, Sonam Rinchen, te lo faceva intendere a ogni
sguardo, con la dolcezza che manifestava verso tutti ma
anche con la potenza con la quale entrava in relazione,
lasciandoti una traccia indelebile di sé, silenziosamente,
anche con un solo sorriso.
A un certo momento divenne serio e un po’ imbarazzato. Mi
chiese repentinamente se mi ricordavo di lui. “Mah,
veramente…”
E mi descrisse una scena di quando noi due assieme a altri
ritornavamo in città con i capelli arruffati e le vesti
sozze e lacere dopo essere stati anni in ritiro... Io rimasi
un po’ stranito, forse stava per accendersi un barlume, in
effetti, ma preferii sorridere imbarazzato e curioso di
sentire il resto.
“…E cosa praticavamo a quei tempi ? Ti ricordi ?”
A me venne subito una risposta precisa.
“Il Chod!”.
In effetti non ho mai sentito un simpatia così verso una
pratica ascetica, fin dalla prima volta.
Sorrise: “E secondo te perché ti attendevo vestito di tutto
punto per praticare proprio quella ascesi, e con tutti gli
strumenti pronti al caso ?”
Gomo Tulku fu davvero molto affettuoso.
Mi fece ascoltare un frammento della pratica in questione
cantata secondo quattro scuole diverse e me ne parlò a
lungo.
In quella stanza faceva molto caldo anche se i termosifoni
erano spenti e si era in pieno inverno.
Ascoltando meglio percepii il respiro lento e sibilante del
Lama, e allora capii che stava praticando il Dumo, la
pratica del calore interiore, e che ce lo mandava ad ogni
respiro, ad ogni sguardo, ad ogni pensiero.
Dialogammo amabilmente, e lui di tanto in tanto coinvolgeva
gli altri con battute e domande.
Sento di non dovere raccontare altro di quei dialoghi.
Mi disse qualcosa riguardante la nostra eterna relazione che
serbo intimamente in me; e poi mi chiese di svolgere una
certa pratica ascetica.
Una richiesta fatta da un uomo così, che mi mostrò così
tanto affetto, doveva essere accettata anche perché mi era
stata avanzata poco tempo prima di morire.
Lo seppi proprio quel giorno: era molto malato, ma era così
pieno di estasi che non ne aveva alcun dolore.
Comunque ritornai a trovare Gomo Tulku il giorno dopo e lui,
vedendomi un po’ triste, mi volle fare intendere - un po’
scherzosamente e un po’ sul serio - che lui sapeva chi ero e
che, fra l’altro, sapeva cosa avevo fatto la sera prima.
Voleva essere certo che avessi raccolto l’importanza di ciò
che ci eravamo detti il giorno prima.
Chiacchierammo amabilmente ancora un po’ e ancora una volta
sentì che diverse questioni erano andate a posto.
Volle salutarmi appoggiando la sua testa alla mia, come fra
pari grado. Così fece poi con tutti, per non creare la pur
minima gelosia. Otello scivolò e gli dette una gran testata
facendolo ridere di gusto, Renato si fece benedire delle
caramelline, Renzino fu dileggiato per la sua barba da
eremita. Tutti e tre, in modo differente, divennero tre
asceti eccezionali.
Gomo Tulku. Ci eravamo appena incontrati e stavamo per
andare, ognuno, per la propria strada.
Non ci saremmo più visti in questa esistenza e tuttavia c’è
un luogo in cui le anime affini si ritrovano, un luogo che è
Meditazione, amore, gioia, ispirazione.
Dodici anni dopo incontrai la sua giovane reincarnazione. Io
sogno, come molti altri, di rivedere un giorno in questo
ragazzo quella potenza, quello splendore e quella dolcezza.
È così che funzionerebbe, ma forse è roba di altri mondi.
Ma in quell’istante – allora - in cui le nostre teste si
staccarono mi disse: “Danza !”
Danzare è qualcosa di totalmente mio.
Vari miei Maestri, orientali o pellerossa, mi insegnarono
danze rituali, ma è per me anche un mezzo espressivo,
danzando posso esprimere qualcosa di preciso o comprenderlo
meglio, o emanarlo meglio in silenzio senza aggiungere
altro: ovviamente si può danzare anche restando
apparentemente immobili.
La sera prima ero a casa di Cristina, una casa strana.
Lavorando nell’ambito delle automazioni aveva la porta
d’ingresso che dava su una stanza cubica fatta di grandi
specchi, ove in ogni direzione vi era uno specchio. Solo
dicendo “A !”, o toccando in un determinato punto si apriva
la porta di specchio che dava sul soggiorno.
Mi piaceva danzare fra quelli specchi, riflesso e
moltiplicato all’infinito in ogni direzione.
Al Tulku deve essere piaciuta l’idea.
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