LEO ANFOLSI:

CONSIDERAZIONI

Tulku


Il titolo di “Tulku” viene conferito in Tibet a chi è riconosciuto come un Maestro del passato che ha ripreso di nuovo nascita in corpo umano per il beneficio degli esseri.
“Tulku” vorrebbe dire “corpo illusorio”, il che definisce con precisione la visione che il Buddhismo ha della realtà fenomenica.
Gomo Tulku Sonam Rinchen era il XXII discendente di un lignaggio di reincarnati del Tibet, di Maestri spirituali che di generazione in generazione vengono riconosciuti grazie a segni particolari, auspici, oracoli e disposizioni lasciate scritte dal precedente Detentore. Ma anche è tipico dei “Gomo Rimpoche” la capacità di ricordare particolari della vita precedente e dare disposizioni per le loro nascite future.
Sonam Rinchen, il Detentore che allora conobbi, era un uomo molto dolce, gentile, giocoso ma al contempo dotato di uno sguardo vigile e possente.

Può sembrare strano che io, un monaco zen, abbia da raccontare cose simili, ma per la verità io non ho potuto chiudere i miei confini e sono stato portato a una indagine anche in altre direzioni del Buddismo e del mondo. Solo apparentemente “altre”, soprattutto tali per chi lo Zen non l’Ha capito.
Ho dimostrato proprio nei miei scritti - di prossima pubblicazione - come lo Zen storicamente non sia così distante da altre pratiche, e di come tutte queste si siano disseminate nei luoghi e nei tempi a seconda del bisogno degli uomini. E che in ogni scuola di Buddhismo – e in ogni religione - ci siano stati coloro che non hanno perso tempo con distinzioni insostanziali.
Per me il Dharma di Buddha è Volontà, Ispirazione, Apertura dell’Occhio, Respiro liberato. E la storia evidenzia che puoi partire da dove preferisci, è uguale.

Ribadisco che, per quanto mi riguarda, noi siamo tutti dei “Grandi Tulku” cioè emanazioni plenarie dell’Assoluto Splendore che, io vedo, è la stessa cosa del Risveglio-Satori, dell’Origine della Coscienza-che-è-ora, come anche di tutto ciò che i teologi più fantasiosi inventano.
Certo è che ci converrebbe praticare bene questa certezza, e senza alcuna presunzione; lui, Gomo Tulku, per certo l’ha fatto, come vedrai vi si è applicato con diligenza.

Il Tulku si lamentava scherzosamente del fatto che era stato riconosciuto troppo tardi come l’incarnazione di famosi Maestri della scuola degli Antichi e della Pratica, e che perciò era rimasto nella scuola Riformata dove era stato ordinato come monaco, sebbene la sua indole fosse più quella dell’asceta eremitico “folle”, poco propenso agli studi scolastici.
Gli volli chiedere che impressione ebbe quando fu riconosciuto come l’incarnazione di un Maestro del passato: “Per quanto mi riguarda è stato come risvegliarsi da un sogno. La mia vita fino a quell’istante mi sembrava sospesa”.
Questo mi ha fatto pensare.
Vivere a caso, secondo le abitudini, e poi un giorno iniziare a diradare la nebbia è sempre come uscire da un limbo: solo dopo si capisce la ipnosi di cui si era vittime, e guardandosi attorno si vedono quasi tutti gli uomini, le donne, gli animali, seguire il loro ruolo ipnotico ed inevitabile.
Ma poi si scopre l’altro lato della faccenda e cioè che
La consapevolezza non è distante da nessuno e che possiamo fondare la nostra vita-ascesi sul fatto di essere già Buddha o, detto in altri termini, la incarnazione in un corpo umano di tutto questo immenso e vivo universo.
Anche se siamo bassetti, balbuzienti, pelati eccetera.
Questo, Sonam Rinchen, te lo faceva intendere a ogni sguardo, con la dolcezza che manifestava verso tutti ma anche con la potenza con la quale entrava in relazione, lasciandoti una traccia indelebile di sé, silenziosamente, anche con un solo sorriso.

A un certo momento divenne serio e un po’ imbarazzato. Mi chiese repentinamente se mi ricordavo di lui. “Mah, veramente…”
E mi descrisse una scena di quando noi due assieme a altri ritornavamo in città con i capelli arruffati e le vesti sozze e lacere dopo essere stati anni in ritiro... Io rimasi un po’ stranito, forse stava per accendersi un barlume, in effetti, ma preferii sorridere imbarazzato e curioso di sentire il resto.
“…E cosa praticavamo a quei tempi ? Ti ricordi ?”
A me venne subito una risposta precisa.
“Il Chod!”.
In effetti non ho mai sentito un simpatia così verso una pratica ascetica, fin dalla prima volta.
Sorrise: “E secondo te perché ti attendevo vestito di tutto punto per praticare proprio quella ascesi, e con tutti gli strumenti pronti al caso ?”

Gomo Tulku fu davvero molto affettuoso.
Mi fece ascoltare un frammento della pratica in questione cantata secondo quattro scuole diverse e me ne parlò a lungo.

In quella stanza faceva molto caldo anche se i termosifoni erano spenti e si era in pieno inverno.
Ascoltando meglio percepii il respiro lento e sibilante del Lama, e allora capii che stava praticando il Dumo, la pratica del calore interiore, e che ce lo mandava ad ogni respiro, ad ogni sguardo, ad ogni pensiero.

Dialogammo amabilmente, e lui di tanto in tanto coinvolgeva gli altri con battute e domande.
Sento di non dovere raccontare altro di quei dialoghi.
Mi disse qualcosa riguardante la nostra eterna relazione che serbo intimamente in me; e poi mi chiese di svolgere una certa pratica ascetica.
Una richiesta fatta da un uomo così, che mi mostrò così tanto affetto, doveva essere accettata anche perché mi era stata avanzata poco tempo prima di morire.
Lo seppi proprio quel giorno: era molto malato, ma era così pieno di estasi che non ne aveva alcun dolore.

Comunque ritornai a trovare Gomo Tulku il giorno dopo e lui, vedendomi un po’ triste, mi volle fare intendere - un po’ scherzosamente e un po’ sul serio - che lui sapeva chi ero e che, fra l’altro, sapeva cosa avevo fatto la sera prima.
Voleva essere certo che avessi raccolto l’importanza di ciò che ci eravamo detti il giorno prima.
Chiacchierammo amabilmente ancora un po’ e ancora una volta sentì che diverse questioni erano andate a posto.

Volle salutarmi appoggiando la sua testa alla mia, come fra pari grado. Così fece poi con tutti, per non creare la pur minima gelosia. Otello scivolò e gli dette una gran testata facendolo ridere di gusto, Renato si fece benedire delle caramelline, Renzino fu dileggiato per la sua barba da eremita. Tutti e tre, in modo differente, divennero tre asceti eccezionali.

Gomo Tulku. Ci eravamo appena incontrati e stavamo per andare, ognuno, per la propria strada.
Non ci saremmo più visti in questa esistenza e tuttavia c’è un luogo in cui le anime affini si ritrovano, un luogo che è Meditazione, amore, gioia, ispirazione.

Dodici anni dopo incontrai la sua giovane reincarnazione. Io sogno, come molti altri, di rivedere un giorno in questo ragazzo quella potenza, quello splendore e quella dolcezza.
È così che funzionerebbe, ma forse è roba di altri mondi.

Ma in quell’istante – allora - in cui le nostre teste si staccarono mi disse: “Danza !”

Danzare è qualcosa di totalmente mio.
Vari miei Maestri, orientali o pellerossa, mi insegnarono danze rituali, ma è per me anche un mezzo espressivo, danzando posso esprimere qualcosa di preciso o comprenderlo meglio, o emanarlo meglio in silenzio senza aggiungere altro: ovviamente si può danzare anche restando apparentemente immobili.

La sera prima ero a casa di Cristina, una casa strana. Lavorando nell’ambito delle automazioni aveva la porta d’ingresso che dava su una stanza cubica fatta di grandi specchi, ove in ogni direzione vi era uno specchio. Solo dicendo “A !”, o toccando in un determinato punto si apriva la porta di specchio che dava sul soggiorno.
Mi piaceva danzare fra quelli specchi, riflesso e moltiplicato all’infinito in ogni direzione.
Al Tulku deve essere piaciuta l’idea.