STORIA DELLO ZEN

"Uno stato perfetto è quello in cui la mente non è turbata nemmeno dalle cose sante: una interpretazione delle cose sante è una compromissione con tutti i demoni."

Dal Surangama Sutra


UNA BREVE INTRODUZIONE ALLO ZEN

Del M° Leo Anfolsi Reiyo Zenji

Buddha, Siddharta Gotamo Shakya, duemila e cinquecento anni fa insegnò ai suoi Discepoli come liberarsi dai condizionamenti. Questa libertà definitiva e perfetta fu definita da lui "samyak sambodhi" cioè il "perfetto e completo risveglio". Era un principe quindi era un uomo colto e raffinato che cercò di formulare un sistema per rendere comprensibile ciò che lui realizzò in modo da non moltiplicare negli ascoltatori idee distorte o strane. Al contrario di alcuni suoi discendenti egli non si espresse mai sul post mortem, sul mondo metafisico ed in genere non disse mai nulla su tutte quelle questioni che dovevano essere viste di persona grazie ai possenti, diretti e pur semplici mezzi di indagine che propose.

Lo Zen fu il modo in cui l'immediatezza del Buddhismo trovò espressione in Cina, civiltà rispetto all'India maggiormente fondata su principi di ritualità e pragmatismo.

La monolitica cultura cinese dapprima accolse il Buddhismo con fastidio, eppure dette l'occasione eccezionale affinché si distillasse la tradizione zen.

Il termine sanscrito "Dhyana", cioè "meditazione", si traslitterò in Cina come "Channà", poi come "Ch'an" e quindi s'introdusse in Giappone ove divenne "Zen". In Corea si chiamò "Son", in Tibet "Hashan", ed anche questa tradizione si affermò in Vietnam diventando per secoli religione di stato, in Mongolia e perfino ai confini meridionali della Russia orientale.

Solo i monaci del famoso monastero di Shaolin, in Cina, si specializzarono nel combattimento a mani nude per controbattere la piaga del brigantaggio che, unito a soventi carestie, infestò per secoli quella zona; in genere i monaci zen osservano una versione concisa del codice vinaya in osservanza alla quale svolgono un training estremo e mirato ad un preciso scopo.

L'illuminazione "improvvisa" caratterizza fortemente dello Zen l'ascesi ed i costumi: esistono due termini, "kensho" e "Satori" che definiscono di ciò rispettivamente il picco, un'esperienza oceanica di fusione di sé con l'universo, e nel secondo caso la realtà immutabile di ciò vissuta come esperienza di vita.

Le Tre principali scuole di Zen in Giappone sono Soto, Rinzai ed Obaku: in tutta l'Asia lo Zen è primariamente quello della scuola Rinzai (Linji) spesso arricchito, a differenza di quello giapponese, delle pratiche del Buddhismo della Pura Terra e di tecniche yoghiche.
In Giappone lo Zen penetrò la casta guerriera, quella artigiana e quella degli artisti e letterati in modo così sottile e duraturo da creare idee ed incarnare archetipi quali “goroku”, “wabi”, “sabi” cioè, approssimando, “espressione spontanea”, “perfetta imperfezione”, “splendente vetustà”.

Rinzai Ghighen
Lin-chi I-hsuan

(?-866)

Lo Zen, come il Buddismo in toto, non è in nessuno dei suoi principi impugnabile per giustificare alcuna violenza o la guerra, tuttavia lascia ai propri asceti la libertà di scegliere il proprio modo di vivere: è incontestabile che grandi Maestri ed illuminati dello Zen abbiano dato la loro vita per la pace ed altri siano stati guerrieri gentiluomini, come anche che alcuni esponenti nel secolo passato abbiano giustificato misticamente una guerra storpiando così i principi del Buddhismo. Al contrario lo Zen resta una disciplina, oltre che una religione, orientata al dialogo proprio in virtù del disinteresse che vi è coltivato verso questioni dottrinali. Tutto nello Zen va visto di persona, nell'esperienza: un principio che chiama le più grandi menti del nostro tempo a confrontarsi con questa disciplina. Esponenti contemporanei dell'arte, della scienza, della religione, hanno mostrato i sensi della loro più alta stima verso lo Zen.
Levi Strauss, Einstein, Toynbee, Keruac, Watts, Hasek, Jung, Eliade, Pessoa, Dalì, Snyder, Kandinsky, Duchamp, De Chirico, Heidegger, Jaspers, Fromm, Nishida, Redon, Demartino, Eco, Lassalle, Beijart, Benoit, Cage, Koomaraswamy, Ginsberg, Hesse, Kayserling, Pearls, Simmons, Beuys, Jodorowsky, Maraini, Assaggioli, Cohen, Pound, Coltrane e molti altri hanno frequentato i monasteri, la dottrina o i Maestri di questa tradizione.


PRINCIPI

In questa tradizione spirituale antichissima non è concepito un "Trasferimento di conoscenza spirituale" ma è vissuta una "comunione di intensità e di oceanico vedere" che può connettere in modo folgorante due esseri umani. Da ciò prende forma l'idea zen di illuminazione, quella di Maestro e di allievo, di disciplina, quella di meditazione e l'iter formativo dei koan.

Notoriamente lo zen è:
kyoge betsuden... una comunione viva senza bisogno di dottrine...
furyu monji... perciò oltre le scritture canoniche...
jiqishi ninshin... che puntando direttamente al cuore...
Kensho jobutsu... autorivela direttamente la natura del mio essere Buddha...

Tutto questo da forma alla pratica che nello Zen ha tre scopi precisi ed irrinunciabili:

· Joriki, ovvero lo sviluppo della concentrazione e della fede nel metodo, nel Maestro, nella tradizione millenaria ovvero nella vicinanza di cuore con chi ha realizzato e tuttora realizza il risveglio.

· Kensho-godo, ovvero realizzazione del "risveglio-Kensho come picco d'esperienza originaria" e come "realtà originaria-Satori senza ritorno".

· Mujodo no taigen, ovvero piena realizzazione del Santo Satori, cioè di Samyak sambodhi, in quanto vita quotidiana.