LEO ANFOLSI:

DAI DISCORSI

I voti, la veste, il nome


Una emozione incontenibile mi portava, anzi, mi trascinava verso ciò che sentivo di essere: da sempre, da un tempo senza inizio che precedeva non solo ogni mia nascita, ma anche ogni mia idea o impressione attuale.

Divenni monaco in quel modo che è concesso dal Maestro Engaku Taino e dalla Tradizione Zen, con voti semplici ma assoluti, senza via di scampo. L’intensità della disciplina di quei luoghi rispondeva all’intensità di ciò che vivevo e di quel fiore che in me si doveva schiudere col Satori.

Il nome o le vesti da monaco, la Kasaya o il Rakusu, sono una forma del rispetto che nutro verso la perfezione che abbiamo in comune, e che anche tu puoi riconoscere. Reggo questa dignità che mi fu conferita con i voti che il Maestro Saicho portò in Giappone dalla Cina molti secoli or sono. Differentemente dai monaci birmani o tibetani che hanno i voti usuali a me non è vietato di ridere né di urlare, di guardare uno spettacolo o di interessarmi a una donna: ma ho dato la mia vita per il Dharma e mi sono sottoposto a un disciplina ferrea, implacabile e duratura.

A diciotto anni scelsi di comprendere questa mia vita o, se preferisci, il Dharma, che tutto il resto era meno importante o che ci avrei pensato a tempo debito. Ma invece scopersi che tutto accade contemporaneamente. Come è nella vita, così è nel Satori, nel Risveglio.
Mi sa che anche Saicho si è accorto che la vita è inseparabile nelle sue parti, per questo promulgò questi voti che sono seguiti da tutte o quasi le scuole di Buddhismo presenti in Giappone, dal Tendai allo Shingon, dal Nichiren alla Pura Terra, allo Zen.

Forse si è accorto anche lui che la finzione spirituale è, di tutte le finzioni possibili, la più folle.
A causa di tale finzione si rischia di essere asserviti al mito delle parole, della nomea e della quantità: come se una persona, essendo famosa, possa essere “più illuminata” di un'altra. Non si distingue la differenza che c’è fra “avere un karma di convincimento degli altri” e “essere libero da ogni karma possibile”. Ovviamente questo lo capisci solo se anche tu lo realizzi.
I grandi Eckhart, Marpa e Rumi erano conosciuti a pochissimi.

Con questo tipo di voti non ti è “concesso di fare poche cose” ma ti è “ricordato di fare tutto nel Dharma”, niente escluso.

Questa è la mia gioia, fare tutto nello spirito della Legge cioè della realtà: il Dharma.

E anche questo sarebbe, in sé, inevitabile.