| DIALOGO INTERRELIGIOSO | ||||
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ALCUNE MIE CONSIDERAZIONI SULLA PACE "Dobbiamo essere quel cambiamento
Da ragazzo studiai molto accuratamente il pensiero di Mohandas Karamchand Gandhi e perciò la nonviolenza: “accuratamente” vuole dire che volli usare al meglio la sua esperienza e le sue idee in proposito senza cadere in quell’idealismo romantico che vuole fare quadrare sempre i conti fra il mondo reale e le nostre opinioni. Parliamoci chiaro: se io “non voglio le guerre” devo constatare con attenzione se queste possano mai, o in alcuni casi, essere evitate e come. Attenzione però, non è bene essere frettolosi. Perché mantenere una qualunque idea che sia falsata, seppure apparentemente ricolma di bontà o positività, mi porterà ad errori di valutazione enormi non solo da un punto di vista morale, cioè interiore, ma che sono anche contagiosi verso il mondo. Una certa attitudine “profetizzante” ha penetrato la nostra cultura da duemila anni: proprio in questo modo si sono costruite le famose “strade lastricate di buone intenzioni” che portano tutte all’inferno. Infatti non serve essere “cattivi” o “violenti” per “peggiorare il mondo”: basta anche solo essere “sciocchi” o “deboli” ed allora un paradiso che viene pensato così, vagamente o per partito preso, e che resta soltanto preteso da noi nei confronti del mondo è, in realtà, di già un inferno grande quanto il mondo stesso. Ed anche in questo modo sono proprio le forze più grevi che si scatenano dalla mente di tutti senza alcuna coscienza, infettando il mondo ancora prima, molto prima, che sia scoppiato quel fenomeno putrefattivo che chiamiamo “guerra”. Gandhi a me lo disse (perché lo lessi con attenzione): pochi conflitti, pochi davvero, possono essere prevenuti, affrontati e vinti con la non-violenza. Posso supporre che ci rimase male, quando seppe di quale efferatezze è capace l’uomo: lui si era abituato agli inglesi che, alteri ed a volte crudeli, sono tuttavia abbordabili prima o poi con il dialogo, soprattutto, se capiscono di non riuscire più a controllare un intero subcontinente. Gandhi già aveva intuito che la secolare coesione dell’impero britannico stava cedendo. Anche dialogando con gli inglesi, Gandhiji seppe che presto l’India sarebbe stata abbandonata dal “Commonwealth” e che, perciò, era cosa buona fare in modo che gli inglesi “se ne andassero come amici”: in fondo erano stati loro a traghettarli verso i tempi moderni e verso la libertà, un concetto oramai smarrito per gli indiani da molti secoli…
Ma io ero ancora infervorato dai miei pensieri (ancora credevo non coscientemente - che fossero il mondo), ci volle ancora qualche annetto prima che facessi mente locale. “L’imperialismo” per me era il diavolo, non una condizione della storia data dalla mente degli uomini e dal loro bisogno talvolta sano, talvolta compulsivo di organizzarsi. Perfino gli “Obiettori di coscienza” che frequentavo, responsabilmente, vedendomi un pochino idealista cercarono di spiegarmi come stavano DAVVERO le cose. Ma io volli strafare e quando mi giunse la chiamata a comparire davanti ad un tribunale che avrebbe esaminato la mia richiesta di “servizio civile in alternativa a quello militare” semplicemente cestinai la richiesta pronto a farmi due anni di carcere militare a Forte Boccea. Fortunatamente il vecchio carcere austroungarico di Peschiera era stato destinato ad altro essendo terribilmente umido. Nel nuovo carcere si era comunque sottoposti ad una disciplina ferrea e, soprattutto, il biliardino era gestito dai testimoni di geova con poca speranza di costituire un passatempo: alcuni di loro uscivano solo con la grazia, altrimenti riconfermavano ogni due anni la loro renitenza alla leva. Mi ero già informato, avevo uno scambio epistolare con alcuni obbiettori incarcerati, mi tenevo eroicamente pronto al peggio. Mia madre si accorse del cartoncino di convocazione e, non dicendomi nulla dato che ero troppo sprezzante, interpellò un nostro cliente chiedendogli la cortesia di non farmi esaminare e di passarmi direttamente al servizio civile dato che ero un bravo ragazzo ecc… ecc… E così a mia insaputa - Magia della prima repubblica - fui salvato. Oggi io sono un uomo di pace e lo sarei anche se fossi un militare. Non ho bisogno di essere anemico per “controllarmi”, infatti sono ciò che sono e la mia pace sorge da questo; non ho bisogno di credere in qualche valore trascendente, di atteggiarmi o di voler convincere gli altri di alcunché. Perché vivo in pace nonostante tutte le faccende che devo affrontare e che, dato che non ho la televisione, sono proprio mie. Mi isolo volontariamente dalla parzialità d’opinione che, comunque, è un bene prezioso quando ci sono la vivacità intellettuale, la curiosità per le opinioni altrui ed il dialogo aperto. Ma io preferisco che tutto ciò si regga sul silenzio. E questa, proprio questa, è la pace che costruisco in me anche senza fare nulla di speciale. Col silenzio dalla mia parte mi pare di vedere/capire meglio il mondo e ciò che mi viene detto.
Alcune persone in questo mondo pensano che la tua anima sia sbagliata: non sanno neppure lontanamente cosa sia la “democrazia” né il dialogo, leggono solo un libro, e se lo ripetono tutti i giorni perché non hanno abbastanza intelligenza da elaborare opinioni proprie. Credono che tutto il mondo dovrebbe essere fatto a misura dell’incubo che loro stessi vivono. Loro sono già in guerra col mondo ed è inutile (te lo direbbe anche Gandhi) che tu speri di non irritarli troppo… Diciamo che, in base alle gradazioni possibili di follia/odio, costoro hanno raggiunto l’acme.
Io vivo della mia pace, la respiro ovunque: e pure so che sono stato sfidato e che non basta essere passivo, che serve tutto il mio coraggio. Mi ci voleva anche per sopravvivere in questo mondo, del resto.
Ci sono scontri che sono parte della storia, che non si evitano, che addirittura non sono evitabili neppure dal potere di presidenti, congressi e nazioni: è inutile essere romantici e metterci il dito in mezzo. Io vedo che talvolta la guerra è così inevitabile da essere necessaria proprio perché gli uomini non hanno al momento altri mezzi per vincere i loro conflitti interiori se non con una catarsi enorme, folle e dolorosa; una catarsi distruttiva che va ad ammassarsi, si stratifica e si cristallizza in milioni, centinaia di milioni di persone. So bene che un certo orgoglio ideologico ci spingerebbe a schierarci per coloro che riteniamo, a giusto o a torto, i “più deboli”. Ma sta alla saggezza di chi vive la pace allargare il suo orizzonte a sempre più ampie comprensioni. Sta a noi comprendere che fuori da questo “impero” saremmo in un altro “impero” dove nemmeno si può “pensare”, figuriamoci “fare”, ciò che noi pensiamo e facciamo. Io credo che un uomo di pace non possa essere “ideologico”, che non possa essere di parte, che sia invece chiamato ad una verità che è la realtà stessa, una intuizione sconfinata che, a ben vedere, è già ovunque. Fra le mie letture preferite sono Ibn Arabi, Omar Khayam, Jalauddin Rumi e Sultan Walad, Al Qadir Jilani, Jabir Ibn Hayan e tanti altri Maestri islamici. In questo “Islam profondo” trovo cose molto preziose che sono solo lì e che sono irripetibili.
Io credo che noi possiamo continuare ad essere ciò che siamo, individui di pace, continuare a costruire realtà magnifiche di dialogo, incontro e salda amicizia. Chi capisce, chi ama, deve imparare a riconoscersi, ad avere cura del mondo partendo da sé perché così sta già condividendo col mondo ciò che ne è il Segreto. Perché proprio questa è la pace che si inizia a costruire con gli altri.
Leonardo Anfolsi Reiyo
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